La Fornace Bianchi, storia di un restauro

 

L’interesse dell'Università per la zona di Cogoleto e per la produzione della calce, attività che da secoli qui è stata sviluppata e portata avanti con tenacia è motivata dal fatto che in questo territorio le tracce materiali sono ancora evidenti e numerose.
In particolare, in questi ultimi anni, il restauro di alcuni siti di produzione ha portato alla luce elementi nuovi e ha dato impulso ad attività di ricerca incentrate in particolar modo sulla produzione della calce e sul suo commercio. Le fornaci divennero motivo di discussione unicamente in occasione della loro demolizione, come nel caso della Fornace Bianchi. Quest'ultima in particolare, posta in una zona industriale fino agli anni Duemila, venne inserita in un Piano Particolareggiato d'edilizia privata per la realizzazione di abitazioni e box, apparve e scomparve diverse volte dalle carte fino alla sua parziale conservazione. C'è chi ha visto nella salvaguardia di tale manufatto storico una sorta di rivincita nei confronti dell'urbanizzazione massiva dei nostri tempi e pone il suo recupero come chiaro simbolo della lotta alla cementificazione, ma questa motivazione è sicuramente semplicistica. Il recupero di un manufatto storico destinato alla demolizione è un processo complesso, frutto di costanti azioni volte a sensibilizzare l'opinione pubblica sull'azione in divenire, precedute da un attento studio del caso. Ne è una lampante dimostrazione il coinvolgimento di soggetti dall'indubbia caratura nel campo del restauro, quali gli esperti dell'Università di Genova e dell'Iscum. La campagna diagnostica ed il monitoraggio sono stati condotti dal DICAT (in particolare dal prof. S. Lagomarsino, dal prof. S. Podestà e dall’ing. E. Curti) e dalle indagini conoscitive e di rilievo condotte dal Dipartimento di Scienze dell’Architettura (DSA) dell’Università degli Studi di Genova (in particolare dal prof. S. Musso, dalla prof. D. Pittaluga, dall’arch. V. Piquerez e dall’arch. G. Caruso).